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Il Castellaccio

 

Le presenze archeologiche qui portate alla luce, il loro singolare conservarsi nel tempo, hanno suscitato l’interesse degli studiosi che dalla fine dell’Ottocento hanno condotto ricerche nel territorio dell’antica Falerii Veteres; nomi autorevoli come Cozza, Pasqui, Gamurrini e Mengarelli hanno scelto, infatti, l’Agro falisco e capenate come punto di partenza per la realizzazione della Carta Archeologica d’Italia; le loro ricognizioni, le dettagliate documentazioni scritte e grafiche, che ne sono derivate, costituiscono ancora un indiscusso contributo alla conoscenza del patrimonio  locale. Non solo archeologi, ma anche scrittori, artisti in cerca di scorci incantevoli, curiosi viaggiatori, per raggiungere il Castellaccio, percorrevano, un tempo come ancora oggi, il ponte in pietra di  Terrano.

L’attuale costruzione ricalca quella originaria di epoca etrusca, di cui ancora si può ammirare una porzione dell’opera muraria in prossimità della spalletta sinistra. Il tratto conservato della struttura primitiva è sufficiente per comprendere la tecnica costruttiva impiegata: i blocchi di tufo visibili, squadrati e uniti tra loro senza calce, su entrambi i lati del ponte, fungevano da rivestimenti a forte spessore, due pareti fra le quali era predisposto un riempimento di materiali meno pregiati, una mistura di pietrame, materiali lapidei di scarto, terra, argilla, nota in antichità come emplecton, che, per estensione terminologica, passerà a designare poi nella trattatistica un tipo specifico di muratura mista, diffusa sia su suolo greco che italico. Il ponte di Terrano è ad un unico fornice, il quale solo ad un’estremità poggiava sulla cortina di blocchi, mentre in prossimità della riva opposta si serviva del taglio della roccia stessa. L’uso di tale costruzione non poteva essere limitato al semplice attraversamento del Rio Maggiore, ma era incluso nel sistema di vie di comunicazione che interessava la zona, il cui cardine era la Via Falerina, percorso fondamentale per agevolare contatti e scambi all’interno dell’area cimina.

Una sua diramazione verso Falerii Veteres scendeva al ponte Terrano, in prossimità del quale era tagliata dall’altura nel punto in cui il Rio Purgatorio e il Rio Maggiore si avvicinano; il suo tracciato era qui già fortemente compromesso tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del secolo successivo, come apprendiamo dalle testimonianza dei redattori della Carta Archeologica.La presenza falisca nella zona è però splendidamente documentata da un consistente numero di tombe a camera, che formano la necropoli di Terrano, l’unica nel territorio di Falerii Veteres a conservarsi in maniera pressoché intatta: la dislocazione delle sepolture sul pianoro tufaceo, isolato dai corsi d’acqua, ha evitato che l’area ospitante la necropoli fosse interessata dalla successiva espansione della città, che l’avrebbe inevitabilmente cancellata; sorte al contrario toccata agli altri sepolcreti prossimi alla cinta muraria, cancellati quasi completamente a causa dei moderni cambiamenti del tessuto urbano. La necropoli di Terrano sorge a nord – ovest dell’abitato falisco, la sua posizione, attigua rispetto a quella di Valsiarosa, ne fa una sorta di appendice. La  continuità topografica è anche avvalorata poi da considerazioni cronologiche: laddove infatti il periodo di massima frequentazione del sepolcreto di Valsiarosa è il VI sec., è solo dal V sec. che si comincia a sfruttare la vicina altura di Terrano a scopi funerari; la tipologia e le caratteristiche delle sepolture, in tutti i casi tombe a camera, inducono, inoltre, ad escludere una precoce realizzazione. 

A nord del pianoro, affiancate ad edifici di epoche posteriori, sorge un gruppo di tombe a camera ipogea in eccezionale stato di conservazione. L’architettura ripete qui le più diffuse forme presenti sul territorio falisco: un dromos, scavato nel tufo con funzione di ingresso, conduce alla camera a pianta quadrangolare, la cui porta di accesso doveva in origine essere chiusa con una lastra di pietra; nel mezzo  un pilastro, ricavato dalla roccia, fa assumere all’ambiente una singolare forma “a ferro di cavallo”; sulle pareti si aprono i loculi per le deposizioni, chiusi da tegole ormai del tutto perdute. L’intensivo sfruttamento parietale e la discreta ampiezza della camera sono sintomi di un’architettura funeraria matura; il conseguente elevato numero di sepolture presenti fa propendere poi per un utilizzo ripetutosi nel tempo. Un’altra caratteristica frequente nella necropoli di Terrano è la presenza di una sorta di anticamera, che precede l’ambiente principale, così da  creare una meno serrata articolazione dello spazio. Tali peculiarità, in forme più o meno apprezzabili, si ritrovano anche nelle suggestive tombe ricavate su più livelli lungo i costoni del pianoro; qui, però, usi impropri  (ricovero per gli animali, abitazione temporanea con l’accensione di fuochi) protrattisi nel tempo, hanno in alcuni casi compromesso l’aspetto originario delle sepolture. Degno di menzione è poi il corredo epigrafico legato alle tombe, ormai solo in parte visibile, ma dettagliatamente trascritto nel Corpus Inscriptionum Etruscarum: si tratta di iscrizioni funerarie incise nella roccia o dipinte in rosso, poste sull’entrata dei sepolcri, in prossimità dei loculi o sulle tegole sepolcrali, che, con formule scarne o sotto forma di epitaffi, ricordano i nomi dei defunti lì sepolti, offrendo un  prezioso contributo alla conoscenza dell’onomastica falisca.

Se particolarmente ricche sono le presenze archeologiche attestanti un’assidua frequentazione del luogo in epoca falisca, non possono essere taciute  le vestigia di epoca medievale, che si sovrappongono alla necropoli con costruzioni dal probabile carattere militare e difensivo. Non appena si giunge al Castellaccio, ci si trova davanti alla prima testimonianza di epoca medievale, una torre isolata, la cui posizione suggerisce una funzione di controllo: l’edificio è a pianta quadrata, le interruzioni dell’intonaco, la chiusura di finestre originarie presuppongono interventi successivi; l’aspetto spoglio è, però, interrotto nella parte alta da evidenti motivi decorativi, come la singolare merlatura lievemente aggettante e il piccolo rosone sul lato ovest, a cui si aggiunge il particolare taglio del tetto a spiovente. Da qui, percorrendo una strada incavata nel tufo, si arriva ai resti di una postazione militare: di essa si conserva, su di un rialzo a cui si accede tramite una diramazione della strada principale, un possente muro dotato di aperture, dietro le quali erano appostati i soldati, per controllare il transito della via. Anche il muro presenta interventi di rifacimento posteriori, deducibili dalla diversa tessitura muraria impiegata, rudimentale alla base, con blocchi allineati e squadrati in alto.

E’ probabile che il muro non fosse stato l’unica costruzione presente: l’utilizzo di materiali deperibili come il legno deve aver impedito la conservazione di ulteriori strutture. La presenza del muro, la sua posizione rispetto alla strada, la possibilità di sfruttare il precedente assetto del pianoro, con le numerose aperture nella parete tufacea, sembrano avvalorare l’ipotesi che qui fosse stata impiantata una postazione militare, in cui, alla funzione di difesa, si univa l’esigenza di vigilare sul sistema viario sottostante. Oltrepassati questi resti, il sentiero immette in un boschetto di querce, cui, procedendo, succede una  vegetazione bassa, ora folta ora rada, di ginestre e di erice.  Qui non sono più visibili le tracce di un’antica frequentazione, ma l’estremità del pianoro, affacciandosi a picco nella vallata sottostante, offre uno splendido colpo d’occhio: una veduta insolita ed incantevole del Ponte Clementino, tanto vicina ai quadri di Camille Corot, Edward Lear, Francis Towne, che dipinsero ed immortalarono nell’Ottocento gli scorci più affascinanti di Civita Castellana.

E' questa la conclusione ideale e suggestiva per chi ha la fortuna di visitare il Castellaccio…

   

Sezione a cura della dott.ssa Silvia MENICHELLI

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